Cincotto Adriano                          RESTAURO CONSERVATIVO        

Cannaregio 2588

30121 Venezia

 

 

 

Pulitura delle pietre calcaree

 

Prima di parlare della pulitura delle croste nere, cerchiamo di capire la loro formazione e composizione.

Una qualsiasi superficie esterna d’edifici siti in un ambiente urbano interessata da atmosfera inquinata è inevitabilmente destinata a ricoprirsi di depositi variamente coerenti e aderenti al supporto, costituiti da materiali che assumono colore dal grigio al nero.

L'ubicazione di questi depositi è principalmente ristretta alle zone più riparate dalla pioggia battente e dal dilavamento che essa provoca, come sottotetti o sottosquadri d’ogni tipo. Nella maggior parte dei casi queste croste si presentano come delle pellicole sottili, da 0,5 a 2-3 mm, e uniformi, che ricoprono la pietra mantenendole la morfologia originale.

Talora in sottosquadri e zone del tutto protette assumono forme del tutto irregolari spesse fino a 2 cm, o di grumi irregolari. Di solito ad esse si associano fenomeni di degrado del materiale lapideo, che si manifestano sotto forma di scagliture, esfogliazioni e rigonfiamenti.

La crosta nera tende col tempo ad ispessirsi, ad indurirsi sempre di più e a divenire meno porosa; si accentua così la diversità di comportamento meccanico e termico tra essa e la pietra sottostante. Per esempio, la crosta essendo nera tende ad assorbire più della pietra le radiazioni solari, con conseguente maggior dilatazione.        

La composizione di queste croste nere, come accennavamo prima, è dovuta agli agenti inquinanti presenti nell’atmosfera. Dobbiamo tenere conto, in una zona urbana come Venezia, del rapporto tra croste nere e scarichi di residui di combustibile per riscaldamento. Per tutto il IXX e gran parte del XX secolo, il combustibile usato per il riscaldamento non solo civile, ma anche produttivo, (panifici, fornaci ecc.) era composto dal carbone, mentre almeno per una metà di questo secolo si è passati al petrolio e i suoi derivati (raffinerie della zona industriale di Marghera).

Esaminando al microscopio elettronico a scansione un deposito superficiale, si può notare che esso è composto da abbondantissime particelle di dimensioni variabili, forma arrotondata e per lo più globulari, di carbone. Fortemente porose quelle derivate dalla combustione del petrolio; compatte e a superficie liscia quelle originate dalla combustione del carbone. Ancora presenti sono: poche plaghe di gesso (solfato di calcio biidrato), composti bituminosi e ferrosi, calcite microcristallina secondaria, cristalli arrotondati di quarzo e di altri silicati, pollini e spore fungine, ecc.

La pulitura è un’operazione delicata e irreversibile; se si sbaglia non si può più tornare indietro, va perciò affrontata con tutte le precauzioni e le conoscenze indispensabili ad ottenere i risultati ottimali.

Se vogliamo fissare dei criteri generali, i più importanti possiamo riassumerli così:

a) il processo di pulitura deve essere ben controllabile in ogni sua fase, graduabile e selettivo (si deve poter eliminare esattamente ciò che si vuole, cioè i vari tipi di sporco);

b) non deve produrre materiali dannosi alla conservazione della pietra (sali solubili);

c) non si deve produrre modificazioni, mcrofratture o forti abrasioni sulla superficie pulita, ciò che può portare ad accelerare il deterioramento, per aumento della porosità superficiale.

Questi criteri sono evidentemente validi in ogni caso; purtroppo si è costretti da ragioni economiche a distinguere i manufatti in due categorie: manufatti di nessun interesse storico artistico, e veri e propri monumenti. La differenza sta nella più o meno incisione di questi criteri.

 

Metodi di pulitura:

 

Impiego di spray o acqua nebulizzata a bassa pressione.

In questo caso l'azione esercitata dall'acqua è di tipo chimico, poichè essa scioglie lentamente il gesso o la calcite secondaria che fungono da leganti della crosta nera, provocandone la rimozione.

 

Pulitura chimica.

 

Sono pochi i prodotti che possono essere usati con sicurezza (senza controindicazioni) nella pulitura delle pietre.

Tra questi sono da ricordare alcuni tensioattivi, in genere saponi neutri liquidi di uso industriale che possono essere aggiunti in piccole quantità all'acqua di lavaggio (spray) per abbassare la sua tensione superficiale, e diminuire così l'angolo di contatto con la pietra, aumentando così il suo potere bagnante ed emolliente.

Senz'altro più efficaci sono alcuni sali che possono essere sciolti in acqua, mescolati a polveri inerti e essere applicati sotto forma di paste o papette o fanghi, che hanno il vantaggio di aderire facilmente anche su superfici verticali. I sali più usati sono i bicarbonati (di sodio e di ammonio), i complessoni (sali bi o tetrasodici dell'acido etilendimminotetracetico, E.D.T.A.) e i biflururi (di sodio e ammonio). Gli inerti invece vanno dalle metil o carbossilmetilcellulose (polpa di carta), alle argille a forte potere assorbente (sepiolite, attapulgite). Essi servono da mezzi tixotropici disperdenti e assorbenti: lo sporco tende a passare dalla pietra al mezzo. Una tipica ricetta può essere: in 1 Kg di acqua 70 g di bicarbonato di ammonio, 20g di E.D.T.A., 5-6 g di tensioattivo (Desogen al 2 % di principio attivo). S’inzuppa circa 50g di polpa di carta con il composto, dopo aver spennellato la crosta con questo, si applica a mo' di intonachino prestando attenzione che aderisca uniformamente.

Il tempo di applicazione è in relazione allo spessore della crosta (max. 4 ore), e va ripetuto a bisogno. Importante è isolare il tutto tramite una pellicola (Domopak) onde evitare una veloce evaporazione.

 

Sabbiatura controllata.

 

Questo metodo, quando serve, va usato complementariamente ai due descritti sopra. I materiali che si possono usare sono la silice e l’allumina di vari gradi di finezza. Contrariamente a quello che si può pensare, più fina è la granulometria del materiale che si usa più è efficace la pulitura, sia dal punto di vista dell'omogeneità che dell'efficacia. Su quest'ultimo punto c'è da affermare che una volta scelto il materiale da sparare, che deve essere più duro della crosta nera, tutto si gioca sulla bravura e l'esperienza dell'operatore che deve tener conto e controllare sia la pressione dell'aria che la grandezza dell'ugello e non da ultimo la distanza di quest'ultimo dalla superficie da sabbiare, tutto questo avendo ben in mente il grado di pulitura a cui si vuole arrivare.